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Brevi note autobiografiche di Federico Pellettieri (e-mail: fepellettieri@hotmail.it) e sommario



Brevi note autobiografiche

 

     Sono nato a Bari nel 1934 e risiedo a Roma: sposato, ho una figlia, anche lei sposata. Avvocato, dal 1963 presso la Banca d’Italia e, successivamente, presso l’Ufficio Italiano dei Cambi fino al 1999: gli ultimi cinque anni di servizio li ho trascorsi, a seguito di divergenze di opinioni con i vertici dell’Istituto, in assoluto isolamento. In tale periodo di forzata inattività, ho cercato di utilizzare il mio tempo libero nell’approfondimento delle Sacre Scritture, formulando, di tanto in tanto, alcuni appunti e riflessioni che, in seguito, ho raccolto ed ora sto pubblicando periodicamente.

     Ministro straordinario della comunione, ho partecipato, come missionario laico, nel 1999, alla missione cittadina in Roma, indetta da Papa Giovanni Paolo II, visitando alcune centinaia di famiglie della mia Parrocchia del SS. Crocifisso.

     Non essendo un teologo, non ho alcuna presunzione di poter insegnare niente a nessuno, ma, come credente e modesto operaio nella vigna del Signore, sento la vocazione di partecipare, a quanti avranno l’occasione di leggermi, i motivi della mia fede, convinto che ogni credente possa e debba rendersi testimone e profeta verso il

suo prossimo.

 

Sommario: in fondo a questa pagina cliccare su "andare alla pagina", indicare il numero della pagina che interessa e, poi, su "vai"

 

Pag.1: Introduzione e Premessa. Articoli: n. 1: Eclissi dei valori cristiani; n. 2: La via dell'amore; n.3: Creazione ed evoluzione (a).

Pag.2: n. 4: L'uomo e gli altri animali: coscienza ed autocoscienza (b); n. 5: L'esistenza dell'anima e la compars dell'uomo sulla terra (c); n. 6: La verità; n. 7: L'apparenza; n. 8: Un Crocifisso che fa paura.

Pag. 3: n. 9: Avvento: perchè credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio?; n.10: Una cripta tutta oro e luce; n. 11: Stato e Chiesa: indebita ingerenza della Chiesa nella politica italiana?; n. 12: Il dialogo tra ebrei e cristiani; n. 13: Misticismo: via privilegiata dell'amore di Dio.

Pag. 4: n. 14: Il bene ed il male: la sofferenza e l'incontro con il Signore; n. 15: La Passione di Cristo; n. 16: Il diavolo e le sue azioni; n. 17: La Sacra Sindone: prova della Resurrezione di Gesù?; n. 18: La venuta intermedia di Gesù, annunciata dalla Madonna.

Pag. 5: n.19:L'Eucarestia; n.20: Fede e ragione; n. 21: Dio è amore e vuole essere amato; n.22: La Santissima Trinità; n.23: Come si prega.

Pag. 6: n. 24: La ricchezza iniqua; n. 25: La sofferenza degli animali e la loro presenza in paradiso; n. 26: La zizzania, ovvero le false dottrine; n. 27: Sessualità; n. 28: Eclissi d'amore.

Pag. 7: n. 29: Cristiani perseguitati; n.30: Nicola, il mistico barbone; n. 31: Diritto alla privacy e morale cattolica; n. 32: Gethsemani; n. 33: Gesù e il divorzio.

Pag. 8: n. 34: La Madre di Dio e le Sue apparizioni; n.35: Resurrezione; n. 36:Il perdono; m. 37: L'uniltà; n. 38: Il sangue di Cristo.

Pag. 9: n. 39: Ragionevolezza della fede cristiana; n.40: Crisi finanziaria: schiavi del denaro; n. 41: Il nome di Dio; n. 42: Gesù di Nazaret di Benedetto XVI; n. 43: Speculazione finanziaria e crisi dell'eurozona.

Pag. 10: n.44: Blitz a Cortina: demonizzare la ricchezza?; n. 45 Il sacerdozio; n. 46: La vita; n. 47: La povertà; n. 48: Il peccato.

Pag. 11: n. 49: Il Dio creatore delle tre religioni monoteiste; n. 50: La corruzione; n. 51: La speranza; n.52: Testimonianza; n. 53: La tolleranza.

Pag. 12: n. 54: La vita eterna; n. 55: Papa Francesco scrive a Repubblica; n. 56: Possono il bene ed il male definirsi tali come ciascuno li concepisce? ; n. 57: La precisazione di Padre Lombardi che accresce la confusione; n.58: Vladimir Sergeevic Solovev: un profeta inascoltato.

Pag. 13: n. 59: Reincarnazione; n. 60: Lo scandalo della gioia cristiana; n. 61: Amore ed amicizia nel Vangelo di Giovanni; n. 62: Lo Spirito Santo; n. 63: La Sacra Sindone.

Pag. 14: n. 64: Papa Francesco raccontato da Antonio Socci; n. 65: Il dogma dell'Immacolata Concezione; n. 66: I dieci comandamenti secondo Roberto Benigni; n. 67: I poveri in spirito; n. 68: La Sindone di Torino raccontata da Paolo Mieli.

Pag. 15: n. 69: Cosa vide Giovanni nel sepolcro vuoto; n. 70: Giustizia e misericordia; n. 71: L'incontro di Gesù con il giovane ricco; n. 72: Brevi riflessioni sul discorso della montagna; n. 73: Giubileo straordinario della Misericordia.

Pag. 16: n. 74: L'autunno della vita; n. 75: "Virus, il contagio delle idee": migranti e Vangelo; 76: "Madonna delle grazie", racconto di una disavventura personale a lieto fine; 77. Macchie di sangue anomale sulla Sindone: prova della sua falsità?: 78. Perché saranno cambiate le parole del Padre nostro e del Gloria?.

 

 

 

Introduzione

 

 

 

                                                                Il carro oltre passò d’erba ripieno

                                                                e ancor ne odora la silvestre via,

                                                                sii anche tu come quel fieno,

                                                                lascia di te buona memoria, anima mia.

       Questi versi non miei – del resto di tutti i pensieri sparsi qui raccolti alla rinfusa, di mio c’è solo lo sforzo di rinverdire il ricordo di quanto ho letto in diversi anni alla ricerca della Verità – vennero da me trascritti in un pomeriggio di maggio del 1962, quando, non ancora trentenne, mi fu rivolto l’invito dalla persona che poi doveva diventare la compagna della mia vita, di riempire una pagina del suo diario: seguiva una riflessione o, meglio, un auspicio che, per fortuna di entrambi, risulta tuttora realizzato.

         Ritengo che gli stessi versi possano costituire una valida introduzione a questa mia raccolta che ha l’unico scopo di costituire per me stesso un ulteriore motivo di riflessione, nella speranza che il mio “carro” possa lasciare un buon ricordo, sia pure simile all’odore effimero di “quel fieno”, destinato ad essere subito spazzato via dalla prima brezza leggera.

         A Mirella che mi segue con immutato affetto e paziente comprensione, nonostante il mio procedere tra mille sobbalzi, frenate improvvise, inaspettati mutamenti di rotta, ai quali, negli ultimi anni, si è dovuta abituare, oserei dire, con cristiana rassegnazione, dedico questi miei pensieri con l’amore di sempre, unitamente ad un recondito desiderio di ritrovarci a percorrere insieme lo stesso cammino di speranza, nella Verità.

 




                                                               

                                                             

        

        

 












17 Feb 2016

Premessa: alla riconquista del paradiso perduto


       Mi piace premettere alle mie riflessioni il ricordo di quanto avvenne una sera di marzo del 1989, in una chiesetta all’Aventino che settimanalmente avevo da poco cominciato a frequentare su indicazione di un amico ove, ogni martedì, si riuniva un gruppo di preghiera condotto da un francescano.

Quelle due o tre ore settimanali costituivano per me un piacevole diversivo alla monotonia quotidiana: una predicazione semplice, unita alla recita del S. Rosario ed alla celebrazione della S. Messa, animata da un coro giovanile, infondevano nel mio animo una pace ed una tranquillità che rinverdivano lontani ricordi d’infanzia, quando, in un paesino della provincia di Bari ove risiedevo con la mia famiglia nel periodo bellico, accompagnavo mia madre alla locale chiesa parrocchiale per le celebrazioni vespertine; il tutto, però, si esauriva in una parentesi che rimaneva chiusa in sé stessa e non si rifletteva minimamente sul resto delle mie giornate, tranne gli iniziali sospetti di una moglie gelosa che non accettava  la motivazione delle mie assenze serali (sospetti subito fugati da un apposito personale sopralluogo).

      Ma quella sera doveva accadere qualcosa di nuovo: avevo trascorso una giornata particolarmente agitata in ufficio ove avevo subito le intemperanze verbali del mio diretto superiore, in presenza di altri colleghi e, non avendo alcuna intenzione di accettare e dimenticare quanto accaduto, ero animato, se non da sentimenti di vero odio verso quella persona, da un forte risentimento che alimentava in me desideri di immediata vendetta e ritorsione da realizzarsi fin dal giorno dopo. Prima di entrare in chiesa avevo fatto partecipe il mio amico del mio stato d’animo e dei miei fieri propositi vendicativi, con un linguaggio molto vivace.

Quella sera il francescano – che non conoscevo affatto- si soffermò in maniera particolare sul significato del perdono cristiano, ipotizzando, a titolo di esempio, una situazione molto simile a quella che avevo vissuto solo poche ore prima: ma  i dettagli che man mano aggiungeva nella descrizione dello stato  d’animo del soggetto ipotizzato, con termini e frasi pressoché identici a quelli da me usati poco prima, mi portarono a convincermi che quel discorso era diretto a me in modo del tutto particolare.

       Il rimedio suggerito non coincideva minimamente con quanto da me  progettato: avrei dovuto, infatti, presentarmi l’indomani da quella persona con un bel sorriso sulle labbra e fargli intendere che quanto era successo era stato da me del tutto dimenticato: il resto sarebbe venuto da sé.

Rimasi, sul momento, sconcertato ma, dopo una notte insonne, mi decisi a provare.

      Ancora oggi mi ricordo lo stupore del mio interlocutore – tra noi due i rapporti erano fin troppo tesi, a prescindere dall’episodio del giorno precedente – nel vedermi innanzi a lui sfoderare un ebete sorriso che cercavo di giustificare soprattutto a me stesso adducendo ad esclusivo motivo della mia visita mattutina la circostanza, del tutto fortunosa, del conseguimento della laurea in giurisprudenza da parte di suo figlio maggiore, avvenuta appunto il giorno prima.

       Tralascio altri particolari che mi convinsero ancora di più della bontà del suggerimento ricevuto la sera precedente: sta di fatto che da quel giorno i rapporti cambiarono radicalmente. Mi resta solo il rammarico di non aver avuto l’occasione, per cause a me non imputabili, di partecipare quanto mi era accaduto al mio interlocutore che era stato l’inconsapevole mezzo della mia interna rivoluzione. Infatti quell’episodio apparentemente irrilevante – il tutto poteva benissimo essere logicamente inquadrato nell’ambito di una mera coincidenza, senza peraltro considerare che la fonte del suggerimento da me seguito poteva facilmente identificarsi in norme di comportamento ispirate da principi non necessariamente cristiani – costituì per me la rivelazione di una Presenza che veniva prepotentemente a complicare la mia vita.

      Il Signore percorre vie davvero imprevedibili ed imperscrutabili; così, a volte, preferisce rivelarsi con episodi, per i più, oggettivamente insignificanti, piuttosto che con segni clamorosi ed inequivocabili che potrebbero, forse, mettere in dubbio la nostra libertà di scelta, di cui Egli è sempre amorevolmente rispettoso.

Venivo da una famiglia molto religiosa e, fino ad allora, ritenevo di aver sempre correttamente osservato i precetti cristiani, sicché la mia vita procedeva, sotto questo aspetto, in maniera tranquilla; ma quell’evento ebbe su di me l’effetto di farmi rendere conto della spaventosa aridità del mio cristianesimo: ero nella carne e vivevo secondo la carne, ero sulla terra e della terra ero cittadino, obbedivo alla legge, ma con la mia vita non superavo la legge, non ero povero e non arricchivo nessuno: capii subito che la mia barca era profondamente incagliata in acque stagnanti, per esser sempre rimasta solidamente ancorata e legata alla terra ferma con funi robuste e che, se anche avevo dato la mia formale adesione a Cristo, costui, nella mia barca, non era niente di più che uno sconosciuto fantasma.

Mi resi conto del tempo perduto e – vedendomi avvolto da una fitta nebbia che mi procurava un increscioso disorientamento, nella consapevolezza di essere rimasto fino ad allora privo di qualcosa che non avevo convenientemente approfondito – credetti di risolvere il problema, cercando di colmare le mie lacune nel campo meramente conoscitivo, abbandonandomi alla lettura disordinata degli autori più disparati: S. Agostino, S. Tommaso d’Aquino, Pascal, S. Giovanni della Croce, S. Teresa di Lisieux, Guardini, senza tralasciare autori non cristiani come Seneca, Plotino, unitamente a Karl Barth, Buber e tanti altri che andavano a costituire una sezione specializzata della mia modesta biblioteca.

       Alla fine di un’affannosa e sterile ricerca doveva, invece, intervenire in maniera del tutto particolare una spontanea, intuitiva ed intima consapevolezza che per la riconquista di quanto sentivo di aver sperso, per fortuna non irreparabilmente, a nulla serviva la ricerca intrapresa, dato che il massimo di conoscenza che l’uomo può raggiungere in tema di cose divine consiste appunto nel capire il perché non le potrà mai capire.

“Non cerco di capire per credere, ma credo per poter capire”.

      E’ in questa prospettiva, apparentemente inaccettabile, che mi piace riconsiderare quanto ho letto, limitatamente agli argomenti che mi vengono alla mente in maniera del tutto estemporanea, senza alcuna pretesa di organicità, completezza ed originalità; resto, comunque, sempre convinto della validità dell’insegnamento di Giovanni Paolo II, secondo cui (Enc:. “Fides et ratio”) “la fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”.


17 Feb 2016

1. Eclissi dei valori cristiani


         L’uomo, per sua natura, ha sempre desiderato conoscere, sapere tutto, rendersi conto della realtà che lo circonda, in altre parole è sempre stato alla ricerca della verità: con il progresso scientifico ed il conseguente accrescimento delle proprie conoscenze in tutti i campi, l’uomo ha sempre più ridotto i margini di ciò che gli era ignoto, pervenendo, a poco a poco, alla convinzione che, prima o dopo, riuscirà a scoprire tutto ciò che ancora non è oggetto di conoscenza, ivi compresi i grandi interrogativi sull’inizio del mondo e, quindi, sul significato della propria esistenza. In questo vero e proprio delirio di onnipotenza, dettato da una incondizionata presunzione sui propri mezzi, l’uomo è inevitabilmente portato a rivendicare a sé stesso la propria libertà nella ricerca della verità, in ogni campo e, quindi, anche nel campo della morale, sicché la stessa coscienza che, correttamente va individuata come la facoltà attribuita ad ognuno di noi di verificare se i nostri comportamenti si adeguino, o meno, a principi etici la cui fonte va cercata, comunque, al di fuori di noi stessi, diventa, invece, essa stessa la fonte di quei principi. Si perviene, così, all’esaltazione della libertà al punto da farne un assoluto, che diventa la sorgente dei valori: “si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un’istanza suprema del giudizio morale, che decide categoricamente e infallibilmente del bene e del male. All’affermazione del dovere di seguire la propria coscienza si è indebitamente aggiunta l’affermazione che il giudizio morale è vero per il fatto stesso che proviene dalla coscienza. Ma, in tal modo, l’imprescindibile esigenza di verità è scomparsa, in favore di un criterio di sincerità, di autenticità, di accordo con se stessi. Tanto che si è giunti ad una concezione radicalmente soggettivista del giudizio morale….tale visione fa tutt’uno con un’etica individualista, per la quale ciascuno si trova confrontato con la sua verità, differente dalla verità degli altri”. (dall’enc. Veritatis splendor di Giovanni Paolo II).

      “In questa concezione della libertà, la convivenza sociale viene profondamente deformata. Se la promozione del proprio io è intesa in termini di autonomia assoluta, inevitabilmente si giunge alla negazione dell’altro, sentito come un nemico da cui difendersi. In questo modo la società diventa un insieme di individui posti l’uno accanto all’altro, ma senza legami reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente dall’altro, anzi vuol far prevalere i suoi interessi. Tuttavia, di fronte ad analoghi interessi dell’altro, ci si deve arrendere a cercare qualche forma di compromesso, se si vuole che nella società sia garantito a ciascuno il massimo di libertà possibile. Viene meno così ogni riferimento a valori comuni e a una verità assoluta per tutti: la vita sociale si avventura nelle sabbie mobili di un relativismo totale: allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile…..ma questa è la morte della vera libertà”. Respinta, così, l’idea di una verità assoluta e trascendente, “l’eclissi del senso di Dio conduce inevitabilmente al materialismo pratico, nel quale proliferano l’individualismo, l’utilitarismo e l’edonismo…..l’unico fine che conta è il perseguimento del proprio benessere materiale; la cosiddetta qualità di vita è interpretata in modo prevalente o esclusivo come efficienza economica, consumismo disordinato, bellezza e godibilità della vita fisica, dimenticando le dimensioni più profonde – relazionali, spirituali e religiose – dell’esistenza……il criterio proprio della dignità personale – quello cioè del rispetto, della gratuità e del servizio – viene sostituito dal criterio dell’efficienza, della funzionalità e dell’utilità: l’altro è apprezzato non per quello che è, ma per quello che ha, fa e rende” (Enc. Evangelium vitae, di Giovanni Paolo II).

       In un simile contesto, si assiste ad un progressivo affievolimento, se non ad un ribaltamento delle virtù cristiane: così, la virtù della temperanza, fondata sulla moderazione nell’attaccamento ai beni di questo mondo, è sostituita da un’affannosa e convulsa corsa all’accaparramento di beni, oltre i bisogni individuali; la virtù della giustizia che dovrebbe spingere quanti sono preposti alla sua attuazione, al rispetto dei diritti del prossimo ed a dargli ciò che gli è dovuto, viene, a volte e sempre più frequentemente, sostituita dall’arroganza o dall’inerzia di larga parte della magistratura, che si trasforma in vera e propria negazione di giustizia; la virtù della solidarietà che dovrebbe ispirarsi alla regola aurea del Signore, il quale “da ricco che era, si è fatto povero” per noi, perché diventassimo “ricchi per mezzo della sua povertà”, è mortificata da una serie di comportamenti e di atti che contrastano la dignità umana, come il furto, la frode in commercio, i salari ingiusti, il rialzo dei prezzi speculando sull’ignoranza e sul bisogno altrui, i lavori eseguiti male, la frode fiscale, le spese eccessive, lo sperpero; la virtù della castità nei rapporti sessuali, ove la sessualità è depersonalizzata e strumentalizzata: da segno, luogo e linguaggio dell’amore, ossia del dono di sé e dell’accoglienza dell’altro, diventa sempre più occasione e strumento di affermazione del proprio io e di soddisfazione egoistica dei propri desideri ed istinti.

       Nell’ambito politico, non vengono più osservati (venendo, così, meno il fondamento stesso della convivenza politica, compromettendo progressivamente tutta la vita sociale) principi fondamentali che rispondono ad esigenze morali oggettive di un buon funzionamento degli Stati, come: la trasparenza nella pubblica amministrazione, l’imparzialità nel servizio della cosa pubblica, il rispetto dei diritti degli avversari politici, la tutela dei diritti degli accusati contro processi e condanne sommarie, l’uso giusto ed onesto del denaro pubblico, il rifiuto di mezzi equivoci o illeciti per conquistare, mantenere e aumentare ad ogni costo il potere. Sempre nell’ambito politico, si assiste, poi, ad una strumentalizzazione propagandistica, al fine di carpire consensi tra i cattolici, di pubbliche dichiarazioni di aderenza ai valori cristiani da parte di soggetti che, con il loro comportamento, sia nella vita privata che pubblica, contraddicono visibilmente a quei principi.

      Se è vero che tutto ciò accade essenzialmente perché l’uomo è pervenuto ad un concetto di libertà come di un bene “illimitato” e, pertanto, sente la legge di Dio come un peso, anzi una negazione o comunque una restrizione della propria libertà, è lecito concludere con il Profeta che “non c’è niente di nuovo sotto il sole”.  

      L’uomo, infatti, è stato sempre permanentemente tentato di distogliere il suo sguardo da Dio, offuscando la sua capacità di conoscere la verità, indebolendo, così, la sua volontà di sottomettersi ad essa fin da “quel misterioso peccato d’origine (come lo definisce Giovanni Paolo II, nell’enc. Veritatis splendor), commesso per istigazione di Satana, che è menzognero e padre della menzogna.

       “Leggiamo nel libro della Genesi: Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti. Con questa immagine, la Rivelazione insegna che il potere di decidere del bene e del male non appartiene all’uomo, ma a Dio solo. L’uomo è certamente libero, dal momento che può comprendere ed accogliere i comandi di Dio. Ed è in possesso d’una libertà quanto mai ampia, perché può mangiare di tutti gli alberi del giardino. Ma questa libertà non è illimitata: deve arrestarsi di fronte all’albero della conoscenza del bene e del male, essendo chiamata ad accettare la legge morale che Dio dà all’uomo. Dio, che solo è buono, conosce perfettamente ciò che è buono per l’uomo, e in forza del suo stesso amore glielo propone nei comandamenti” (enc. cit.).

       Purtroppo l’uomo, oggi come ieri e forse più di ieri, porta in sé questo “misterioso peccato d’origine” che lo spinge a rivendicare a sé stesso il potere di decidere ciò che è bene e ciò che è male, facendo, così, prevalere l’utilitarismo ed edonismo che inevitabilmente sfocia nel peggiore relativismo, anticamera di vero e proprio ateismo.  

     Insieme alla minaccia di un sempre più dilagante ateismo, vanno messi in evidenza altri fenomeni ed atteggiamenti preoccupanti, come il così detto “fondamentalismo religioso”, consistente, in via generale, in un atteggiamento culturale contrario al dialogo, che rivendica principi religiosi “non negoziabili”, sul presupposto apodittico che il proprio punto di vista è l’unico giusto, dando del mondo una lettura basata su un legame inscindibile fra precetti religiosi ed ordinamento della società e dello stato: così è “miscredenza” (in particolare per il credente musulmano) riservare l’espressione della propria fede a una sfera intima della propria coscienza, senza cercare di influenzare e modellare il mondo esterno su di essa, laddove il messaggio religioso, sempre aperto al dialogo, deve avere, invece, solo il valore di proposta, da accogliersi o respingersi, in piena libertà. In senso diametralmente opposto, trovano sempre più spazio dottrine e sette che indicano, come modello da seguire, una forma di misticismo, basato sulla ricerca individualistica ed egoistica dell’incontro con la divinità, facendo astrazione da tutto il mondo che ci circonda, ben diversa da una vita contemplativa cristianamente intesa, ove l’apostolato della preghiera si congiunge all’offerta quotidiana di sé stessi a vantaggio degli altri.

       Ritornando alla ricerca delle cause di una avvertita maggiore “spinta”, nel momento presente, nell’affermazione del proprio potere decisionale in ordine a ciò che è bene e ciò che è male, con la conseguente caduta verticale dei tradizionali “valori cristiani”, sarebbe opportuno cercare di individuarle, a titolo meramente esemplificativo e, pertanto, senza alcuna pretesa di essere esaustivi, nei settori in cui si è verificata una maggiore e più incisiva evoluzione, tale da determinare significativi mutamenti nei rapporti interpersonali.

       Negli ultimi anni, abbiamo assistito ad una progressiva e vertiginosa accelerazione nell’innovazione tecnologica che ha investito quasi tutti i settori dell’attività umana, con particolare riferimento a quelli dell’informazione e della comunicazione: altro fenomeno significativo ha accompagnato tale evoluzione, soprattutto nel settore economico, laddove la continua e sempre maggiore interferenza tra le varie economie locali ha prodotto l’effetto della c.d. globalizzazione che, in parole povere, può identificarsi nell’impossibilità che determinati avvenimenti di una certa dimensione possano rimanere localizzati nell’area geografica ove si sono prodotti, senza, invece, produrre effetti nei confronti delle altre economie mondiali, con evidenti conseguenze dannose nei loro confronti, ove ad essere “esportati” sono veri e propri terremoti finanziari.

        Per quanto concerne il settore dell’informazione, è evidente come gli sviluppi enormi nella tecnologia usata in tale settore (dalla televisione ai mezzi più sofisticati, come internet) abbiano favorito la divulgazione, in tempo reale, e verso un pubblico che oramai copre quasi tutta l’intera popolazione terrestre, di tutto ciò che accade nel mondo: a tale sviluppo tecnologico non ha, però, corrisposto un’adeguata cultura da parte degli operatori di detti mezzi di informazione, sicché, senza cadere in facili generalizzazioni, si assiste quotidianamente ad un vero e proprio bombardamento di tutte le “notizie” che, purtroppo, fanno maggiore presa sull’attenzione, a volte morbosa, dello spettatore. Così, a solo titolo esemplificativo, efferati delitti, in nome di un mal inteso diritto all’informazione, vengono descritti con dovizia di particolari sempre più minuziosi e raccapriccianti, alimentando la crescente curiosità dello spettatore, senza alcuna considerazione che tra i destinatari di tale “informazione” inevitabilmente sono anche presenti soggetti deboli ed indifesi, come i minori ed altri soggetti con particolari stati d’animo di natura psicologica che da tali immagini possono ricevere danni incalcolabili, senza escludere, inoltre, casi di emulazione.

      D’altra parte, vengono enfatizzati e, di fatto, indicati come modelli di vita, i vari comportamenti di quella minoranza di persone che detengono, invece, la maggior parte dei beni disponibili: si assiste, così, ad una continua passerella di abitazioni sontuose, di autovetture ed imbarcazioni lussuose, di feste megalattiche, di abiti sfarzosi ed, in genere, di modalità di vita, basate esclusivamente sulla ricerca smodata e senza limiti del godimento fine a se stesso, con l’esaltazione di tutto ciò che è apparentemente bello e, pertanto, va posseduto, facendo prevalere, pertanto, il culto dell’avere su quello dell’essere. Tutto ciò, senza determinare od accentuare quella profonda ingiustizia esistente nella distribuzione delle ricchezze, causa non ultima, come da molti fondatamente sostenuto, del fenomeno del terrorismo (è lecito, infatti, ipotizzare che tale fenomeno non esisterebbe in presenza di una vera giustizia sociale), non fa altro che produrre, da un lato, il desiderio di raggiungere ad ogni costo tali modelli di vita, mentre, dall’altro, sentimenti di odio di classe, alimentati dalla provocazione, se non da vero e proprio scandalo, che quelle “notizie” suscitano in quanti, in varie parti del mondo, non hanno il minimo per sopravvivere.

       L’altro settore che ha registrato un’enorme evoluzione tecnologica è quello della comunicazione interpersonale. L’uso, sempre più generalizzato, dei telefonini e videotelefonini e, soprattutto, di internet ha indubbiamente prodotto un profondo cambiamento nelle modalità di comunicare tra le persone, soprattutto tra i giovani. Se è vero che un uso appropriato e corretto di tali potenti nuovi mezzi tecnologici può favorire una maggiore e fruttuosa comunicazione tra i soggetti, non va sottaciuto che, a volte, un loro uso abnorme, soprattutto nel campo dei rapporti c.d. “virtuali”, può sortire l’effetto contrario, depersonalizzando e disumanizzando il rapporto interpersonale, creando nuove problematiche anche nel campo della morale: così, con riferimento a prestazioni effettuate con poco scrupolo da parte di ragazze “bene”, consistenti nell’offerta a pagamento di immagini del proprio corpo ad ignoti spettatori, tramite l’intermediazione di soggetti altrettanto privi d’ogni principio morale, al fine di procurarsi i mezzi finanziari per soddisfare i propri sempre crescenti desideri, si è sentito rispondere, in un’intervista televisiva, da parte di una ragazza dedita a tale “attività”, di essere a posto con la propria coscienza, dato che non riteneva di fare alcun male perché, appunto, il “rapporto” con l’ignoto spettatore era solo “virtuale”.

       Di fronte a tali episodi, sarebbe semplicistico riversare la colpa della caduta verticale dei valori cristiani esclusivamente sull’evoluzione intervenuta nei mezzi di comunicazione: è evidente, infatti, la mancanza di un valido insegnamento e controllo che dovrebbe realizzarsi principalmente nell’ambito di una famiglia che la stessa Costituzione italiana riconosce come “società naturale fondata sul matrimonio”: purtroppo anche tale “valore” attraversa una crisi profonda e costituisce una delle cause di tutti i guai sopra citati.

       Quale atteggiamento seguire, allora, per recuperare i valori cristiani che vanno sempre più affievolendosi e quali sono, soprattutto, i pericoli maggiori?

        Per quanto concerne i pericoli che insidiano il mondo cristiano, il Cardinale Giacomo Biffi, nella nota pastorale “Christus hodie” del settembre 1995 (sempre di attualità), ebbe così a sintetizzarli: “ I discepoli di Gesù – stanchi del pesante onere della testimonianza al Crocifisso risorto che viene loro affidata nel battesimo – ridotti a parlare di pace, di solidarietà, di amore per gli animali, di difesa della natura; il messaggio evangelico identificato nella ricerca del benessere e del progresso; la Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità, scambiata per un’organizzazione benefica, estetica, socializzatrice: questa è l’insidia mortale che oggi va profilandosi per la famiglia dei redenti dal sangue di Cristo. Ovviamente non si tratta di colpevolizzare o ritenere inutile l’attenzione ai “valori”: valori, beninteso, visti non come consecutivi (che sarebbe giusto) ma come sostitutivi dell’adesione alla persona di Cristo e al suo mistero salvifico. Solidarietà, pace, natura, dialogo possono diventare nel non cristiano le occasioni concrete di un approccio iniziale ed informale a Cristo e al suo mistero: e anche nel cristiano questi stessi valori possono offrire preziosi impulsi all’inveramento di una totale e appassionata adesione a Gesù, Signore dell’universo e della storia. Ma se il cristiano, per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, quasi senza avvedersene, stempera sostanzialmente il fatto salvifico nell’esaltazione e nel conseguimento di questi traguardi secondari, allora egli si preclude la connessione personale col Figlio di Dio crocifisso e risorto, e consuma a poco a poco il peccato di apostasia”.

        E’, pertanto, l’offuscamento, da parte anche dei credenti, del radicamento di quei valori nella persona di Cristo che fa perdere la loro connotazione di “cristiani”, tanto da poter parlare di una loro vera e propria eclissi, rimanendo privi di un valido sostegno, senza una necessaria e forte motivazione che solo una convinta fede religiosa può fornire. E’, allora, innanzi tutto, necessaria una “nuova evangelizzazione”: come affermato da Giovanni Paolo II (nell’enc. Veritatis splendor) “l’evangelizzazione è la sfida più forte ed esaltante che la Chiesa è chiamata ad affrontare sin dalla sua origine…..Il momento però che stiamo vivendo è quello di una formidabile provocazione alla nuova evangelizzazione, ossia all’annuncio del Vangelo sempre nuovo e sempre portatore di novità, un’evangelizzazione che dev’essere nuova nel suo ardore, nei suoi metodi e nella sua espressione….La scristianizzazione comporta non solo la perdita della fede o comunque la sua insignificanza per la vita, ma anche, e necessariamente, un declino o un oscuramento del senso morale: e questo sia per il dissolversi della consapevolezza dell’originalità della morale evangelica, sia per l’eclissi degli stessi principi e valori etici fondamentali. La nuova evangelizzazione comporta anche l’annuncio e la proposta morale…..Pietro, con gli altri Apostoli, annunciando la risurrezione di Gesù dai morti, propone una vita nuova da vivere, una via da seguire per essere discepoli del Risorto”.

       Una nuova evangelizzazione, con la riproposta dei fondamenti e dei contenuti della morale cristiana potrà, però, manifestare la sua autenticità se attuata non solo attraverso la parola annunciata, ma anche e soprattutto da quella vissuta.

        Di fronte alle gravi forme di ingiustizia sociale ed economica e di corruzione politica, cresce, infatti, l’indignata reazione di moltissime persone calpestate ed umiliate nei loro fondamentali diritti umani e si fa sempre più diffuso e acuto il bisogno di un radicale rinnovamento personale e sociale capace di assicurare giustizia, solidarietà, onestà, trasparenza.

       Una valida evangelizzazione deve essere, quindi, supportata da una coerente e coraggiosa, anche se a volte difficile, testimonianza da parte dei cristiani: “ se il martirio rappresenta il vertice della testimonianza alla verità morale (enc. Veritatis splendor), a cui relativamente pochi possono essere chiamati, vi è nondimeno una coerente testimonianza che tutti i cristiani devono essere pronti a dare ogni giorno anche a costo di sofferenze e sacrifici. Infatti di fronte alle molteplici difficoltà che anche nelle circostanze più ordinarie la fedeltà all’ordine morale può esigere, il cristiano è chiamato, con la grazia di Dio invocata nella preghiera, ad un impegno talvolta eroico, sostenuto dalla virtù della fortezza, mediante la quale, come insegna san Gregorio Magno, egli può perfino amare le difficoltà di questo mondo in vista del premio eterno”.

L’indispensabile recupero dei valori morali cristiani potrà, quindi, realizzarsi con una nuova evangelizzazione coerentemente testimoniata, unitamente ad una ferma condanna di tutte le forme di diffusa immoralità, anche a costo di perdere consensi, senza alcuna paura di diventare “piccolo gregge”; senza dimenticare che lo stesso Gesù ha, con violenza, scacciato i profanatori del Tempio; che lo stesso Gesù ha detto: “ non sono venuto a portare pace, ma una spada”….ed, inoltre, “guai al mondo per gli scandali! E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo!”….”guai a voi ipocriti”…..”guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione”…….”sforzatevi di entrare per la porta stretta (che conduce alla salvezza), perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno”.

       Le verità morali, infatti, non possono né nascondersi né indebolirsi; purtroppo, come efficacemente affermato da Giovanni Paolo II (v. enc. “veritatis splendor”) “la dottrina della Chiesa e in particolare la sua fermezza nel difendere la validità universale e permanente dei precetti che proibiscono gli atti intrinsecamente cattivi è giudicata non poche volte come il segno di un’intransigenza intollerabile: un’intransigenza che contrasterebbe col senso materno della Chiesa. Questa , si dice, manca di comprensione e di compassione. Ma, in realtà, la maternità della Chiesa non può mai essere separata dalla sua missione di insegnamento, che essa deve compiere sempre come Sposa fedele di Cristo, la Verità in persona: come Maestra, essa non si stanca di proclamare la norma morale….Di tale norma la Chiesa non è affatto né l’autrice né l’arbitra. In obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nascondere le esigenze di radicalità e di perfezione”.


17 Feb 2016

2. La via dell'amore


        “Signore cosa devo fare per avere la vita eterna?” E’ la domanda che tutti conosciamo, rivolta a Gesù dal giovane ricco. “Rispetta i comandamenti”; “Quali?”; “non uccidere, non rubare, non commettere adulterio…” Questa risposta non soddisfa, però, il giovane: evidentemente si tratta di una persona che non ha nemici, è ricca ed ha una tranquilla ed appagante situazione coniugale, sicché quei precetti non gli dicono nulla, in quanto prescrivono atteggiamenti naturalmente seguiti, in assenza di situazioni obbiettive che possano spingerlo ad agire diversamente. Il Signore avverte questa insoddisfazione ed aggiunge: “se vuoi essere perfetto, vendi tutto, dà tutto ai poveri e seguimi”.

        Quest’ultimo richiamo potrebbe, invero, ad un superficiale lettore, far sorgere l’equivoco di una infondata differenza, nell’insegnamento del Signore, tra quelli che sono i veri e propri precetti (comandamenti), da un lato, ed i semplici inviti, dall’altro: nel senso di far apparire la ricerca della perfezione come una semplice opzione che può aggiungersi o meno, a nostra discrezione, a quel minimo indispensabile per ottenere la vita eterna, costituito dall’osservanza dei comandamenti.

Invero, quello che Dio esige da tutti indistintamente è che le nostre anime, fatte a sua immagine, giungano ad essere sante in questa vita per godere della beatitudine nell’altra; la nostra vocazione deve, pertanto, tendere sempre alla perfezione per acquistare la santità cui devono mirare tutti gli atti della nostra vita: ogni singolo atto da valutare in sé stesso, a prescindere dal fine per il quale potrebbe essere preordinato.

E’ fuori dubbio, comunque, che di fronte a quanto sentiamo di dover corrispondere, svariati possono essere i condizionamenti esterni che determinano una diversità di peso soggettivo nei confronti dello stesso precetto; l’adempimento del precetto: “non commettere adulterio” può, infatti,  comportare un impegno molto leggero, come nel caso ipotizzato del “giovane ricco”, fino ad arrivare ad un vero martirio, con riferimento alla particolare situazione della “casta Susanna”, tanto efficacemente richiamata dal Santo Padre, nell’enciclica “Veritatis splendor”.

Queste differenze non fanno, comunque, venir meno la validità universale (nel tempo, nello spazio ed a prescindere dalle particolari situazioni) dei principi indicati nella legge divina da rispettarsi da chiunque, sulla base delle individuali virtù che non verranno meno secondo la grazia di Dio che viene data a tutti, a chi più ed a chi meno, senza che a nessuno manchi il sufficiente.

“Questo comandamento che oggi ti ordino non è troppo alto per te né troppo lontano da te. Non è nel cielo perché tu dica: chi salirà per noi in cielo per prenderlo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare perché tu dica: chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire? Questa parola è, invece, molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica”; così dice il Signore.

A volte, per intraprendere la via giusta, crediamo di metterci alla ricerca di Dio, quando è Lui, invece, che ci cerca: è nota la storiella di chi cercava affannosamente di aprire una porta spingendola con tutta la sua forza: quando, alla fine, esausto, desistette, si accorse che quella porta si apriva nel senso opposto…..

“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni verso gli altri”.

La via del Signore è, dunque, la via dell’amore: amore alimentato dagli imprescindibili valori di fedeltà, sacrificio, temperanza, solidarietà, obbedienza, castità, quest’ultima intesa – nel circoscritto ambito di un consacrato vincolo coniugale – come contrapposizione e negazione di una sessualità depersonalizzata, strumentalizzata, e basata sulla soddisfazione egoistica dei propri istinti e piaceri.

Via, nella quale la vita non viene apprezzata come piacere e benessere, cosa che porta a non accettare la sofferenza, bensì come opportunità che la stessa non sia del tutto aliena da mortificazioni, penitenze e digiuni, adeguatamente calibrati secondo le individuali possibilità, tali da renderci pronti e disponibili nei confronti di eventuali future avversità e più comprensivi verso gli altri, incrementando la nostra generosità verso i poveri ed i sofferenti.   

      Disponibilità, quindi, fino a dare la vita per gli altri che si realizza, anche al di fuori di immagini cruente, nell’offerta quotidiana di noi stessi.

Tempo addietro un amico mi raccontava un episodio realmente accadutogli, mentre percorreva in automobile un strada di Roma: ad un incrocio gli si avvicinò il solito extracomunitario, il quale si offrì di pulirgli il parabrezza. Durante l’operazione ebbe modo di scambiare quattro chiacchiere con costui; appena mise mano al portafoglio per la consueta mancetta, l’extracomunitario la rifiutò dicendogli di averla già ottenuta. “Ma come – gli disse il mio amico – io non ti ho dato nulla” : “mi hai parlato”, fu la risposta dell’extracomunitario.

Il dare la propria vita si realizza, in effetti, con l’offerta di noi stessi (dare ciò che si è e non solo ciò che si ha) che può consistere anche nella semplice disponibilità all’ascolto dell’altro, cosa tanto difficile al giorno d’oggi.

Il tutto con spirito di carità non rinchiusa entro alcun limite: se, infatti, Dio è amore, la carità non deve avere confini.

Accanto a questa strada spesso raffigurata come via stretta e dolorosa, che porta alla salvezza, ve ne è un’altra, larga e piacevole che porta alla perdizione e che è battuta da quanti non osservano i precetti divini.

Vi è però una terza strada: i suoi frequentatori, apparentemente, si comportano come quelli della prima strada; senonché anche questa non porta alla salvezza. I viandanti di questa strada sono gli ipocriti, quanti, cioè, appaiono praticare le stesse cose di quanti percorrono la prima strada, ma solo per ostentazione e vanagloria, ovvero per realizzare una molto improbabile compensazione tra tutto quello che fanno di buono ed una condotta di vita segnata dalla ricerca continua del compromesso faticosamente raggiunto attraverso ambiguità, reticenze, uso fraudolento di mezzi apparentemente leciti, colpevoli silenzi e, pertanto, totale assenza della necessaria trasparenza, il tutto assistito da un deleterio intimo compiacimento per le lodi ed i ringraziamenti della larga schiera dei loro beneficiati anche se,  volte, a danno di altri soggetti sconosciuti ed indifesi. In tale situazione tutte le loro buone azioni (beneficenza, assistenza, preghiera, partecipazione a ritiri spirituali unitamente all’eventuale pratica di penitenze, digiuni e mortificazioni) non producono alcun frutto, in quanto tutto ciò è radicalmente inquinato dalla totale assenza di quella purezza di cuore che deve sempre costituire il necessario fondamento di una vita veramente cristiana.

Ritornando alla contrapposizione tra le due strade, devo ammettere che per lunghissimo tempo ho vissuto nel grave equivoco del ritenere la prima strada (quella che porta alla salvezza) frequentata da soggetti tristi, perché colpiti da ogni tipo di sofferenza, con immani croci sulle spalle (più o meno invocate con spirito masochistico), mentre la seconda (quella che porta alla dannazione) frequentata, invece, da soggetti spensierati e gaudenti.

Invero, lo stesso Gesù ha affermato: entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione e molti sono coloro che entrano per essa. Quanto angusta è la porta e stretta la via che conduce alla vita. E quanto pochi sono quelli che la trovano”. Ma perché la via che conduce alla vita è “stretta” ed “angusta” la sua porta, mentre quella che conduce alla perdizione è “spaziosa” e “larga” la sua porta?

Gesù stesso ha spiegato che chi vuole percorrere la strada della salvezza (cioè seguirlo) deve preventivamente rinnegare sé stesso e prendere la propria croce.

“Rinnega te stesso”: ecco la via e la porta “angusta” e “stretta” attraverso cui è necessario passare e ripassare continuamente e quanto è difficile permanervi.

“Prendi la tua croce”: il Signore ti invita a prendere la “tua” croce e non già a cercarla ed, eventualmente, scambiarla con una più leggera o più pesante.

Una storiella che non ricordo di averla letta o sentita, narra di un tale che, ritenendo di essere afflitto da una croce troppo pesante, chiedeva continuamente al Signore di sostituirgliela con una più leggera: alla fine il Signore acconsente, conducendo la persona in un campo sterminato, ove erano presenti tutte le croci (di varie dimensioni e pesi) assegnate a tutti gli abitanti della terra, dandogli l’opportunità di sceglierla. Dopo lunga ricerca, la persona in questione indica al Signore la croce prescelta e, con somma sua meraviglia, si accorge di aver scelto esattamente la propria.

In effetti, a prescindere dalla strada che si sta percorrendo, ognuno ha la “sua” croce: ciò che ci viene richiesto è di accettarla con atteggiamento disponibile ed amorevole.

Allora, ci accorgeremo che il “suo peso è leggero” e percorreremo con gioia la via indicata dal Signore: gioia che non dipende dalle cose esteriori, dalla presenza di una persona, o da circostanze favorevoli, ma che è indice di fedeltà ad una Presenza che abita in ognuno di noi.

Scopriremo, inoltre, seguendo sempre la stessa via che ciò che è “bene” è anche “bello”, di una bellezza che non coincide con quella che appaga la vista corporea, ma risiede essenzialmente in quell’intimo e profondo compiacimento fondato sul piacere della comunione della propria vita con quella dell’altro che incontriamo.

Via del Signore che non è, quindi, via tetra del dolore e della tristezza, bensì via luminosa, perché via dell’Amore, della Bellezza, della Gioia.

Via dell’amore che è la via del comandamento nuovo di Gesù Cristo che ci spinge alla continua ricerca del “fare all’altro quello che vorresti l’altro faccia a te”, superando i limiti angusti del precetto di “non fare all’altro quello che non vorresti l’altro faccia a te”, fondato essenzialmente sul rispetto dell’altro che può produrre solo separazione e lontananza dall’altro e, prima o dopo, conduce alla tomba del vero Amore.


17 Feb 2016

3. Creazione ed evoluzione (a)


       Il problema delle origini dell’universo ha sempre affascinato la mente dell’uomo alla ricerca di risposte accettabili: di recente si è svolto in Svizzera un esperimento finalizzato a riprodurre in laboratorio le condizioni immediatamente successive all’ipotizzato “big bang” alla ricerca di cosa realmente accadde in quell’occasione; pare che i risultati, però, non siano stati soddisfacenti.

      Sulle origini dell’universo, due sono, comunque, le tesi, apparentemente contrapposte: evoluzionismo e creazionismo. Senza addentrarci nell’analisi di dette tesi e sulle differenze sostanziali intercorrenti tra tali termini, da un lato, e la coppia dei termini “creazione” ed “evoluzione”, dall’altro (abbondante è, al riguardo, il materiale di ricerca presente, anche in internet, su tale argomento) basti qui ricordare, facendo riferimento alle tesi estreme di dette posizioni, che, a fronte di una interpretazione fondamentalista  della Sacra Scrittura, sostenuta da alcune correnti minoritarie di chiese riformate, si contrappone  una visione scientifica, di radicalismo filosofico.  Per la prima, Dio avrebbe creato dal nulla tutte le cose e tutte le specie animali una per una, per la seconda, che nega l’esistenza di un momento creativo, dato che l’universo è sempre esistito, l'unica chiave per capire il mondo è vederlo come risultato di trasformazioni casuali, senza alcuna finalità, né direzione, né scopo.

       In realtà, mentre, da un lato, sembra anche scientificamente provato che l’universo abbia avuto un’origine, collocabile nell’ordine di circa 14 miliardi di anni fa, mentre l’ “Homo habilis”(antenato dell’”Homo sapiens”) sia comparso sulla terra circa 2 milioni di anni fa, dall’altro non può negarsi l’evidenza di una continua evoluzione dell’universo, che ha coinvolto tutte le specie animali e che la Chiesa non contesta.

       La frase del card. von Schönborn , arcivescovo di Vienna, pronunciata qualche tempo fa, a proposito della parentela fra l'uomo e la scimmia, e provocatoriamente ripresa da diversi organi di stampa, secondo cui “l’evoluzione nel senso di un comune progenitore potrebbe essere vera, ma evoluzione nel senso neo-darwinista di un processo non progettuale e afinalistico, basato solo su variazioni casuali e selezione naturale, non potrebbe esserlo”, mette semplicemente in evidenza  quanto pacificamente sostenuto dalla fede cristiana e ritenuto inaccettabile dalla scienza, nel senso che la specie biologica umana può tranquillamente derivare da specie biologiche inferiori, ma sostenere che ciò sia il puro risultato del caso non è ammissibile per chi crede nella creazione e ciò per il semplice fatto che il caso e l'assenza di progetto non sono  conclusioni scientificamente avvalorate. D’altra parte quando  Darwin sosteneva che la selezione naturale e le mutazioni casuali trasmesse ereditariamente fossero meccanismi sufficienti per determinare l'evoluzione delle specie, non intendeva certo affermare che tutto ciò avveniva  in totale assenza di finalità, dato  che lo stesso Darwin,  al termine de “L'origine delle specie” (1859), lodava Dio affermando esservi «qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con i suoi diversi poteri, originariamente impressi dal Creatore in poche forme o in una forma sola».

        Sul punto potrebbe tranquillamente concludersi con le parole pronunciate da Papa Giovanni Paolo II, nel 1985: “una fede rettamente compresa nella creazione e un’evoluzione rettamente intesa non sono in contraddizione: l’evoluzione suppone la creazione, anzi la creazione alla luce dell’evoluzione produce un arricchimento che si estende nel tempo come creazione continua”.


 


 


17 Feb 2016

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